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Morello: "La globalizzazione non è un fine, ma uno strumento per lo sviluppo umano"

Secondo Augusto Morello, direttore della Triennale di Milano, non è possibile un controllo istituzionalizzato della globalizzazione. Ma è necessario elevare il consenso ad un sentimento di partecipazione volto alla formazione delle regole. D'altra parte, nei paesi poveri le idee ci sono, manca la progettualità. Ed è qui che i paesi ricchi devono intervenire

"Pensa localmente, agisci globalmente" sembra essere il motto della globalizzazione. Lei cosa ne pensa?

Sono sostanzialmente d'accordo: bisogna pensare "locale" e agire "globale" perché, via via che la globalizzazione procede nei modi e nelle forme più varie, stanno contestualmente emergendo le varie culture dei diversi Paesi. Tali culture, tra l'altro, non sono più determinate dalle frontiere nazionali, ma sono determinate da altri fattori. Ciò impone la necessità di presentare progetti diversi e modalità diverse di progettazione (anche nel campo del design, per esempio) che mettono in evidenza come le diverse culture progettano in modo tecnicamente analogo, ma umanamente diverso. Non si potrebbe parlare di "made in Italy" o della capacità degli Indiani di utilizzare software, se non ci fosse una cultura del luogo pensata a livello locale e "agita" fuori in un secondo momento. La globalizzazione, dunque, non è un fine, ma uno strumento dello sviluppo umano. Se non ci mettiamo a progettare ad un livello "alto" probabilmente non distingueremo neanche le culture.

Molti sostengono che la globalizzazione vada in qualche modo controllata. Ma da chi e come?

Io ritengo che esistano, principalmente, tre livelli di adesione ad un fenomeno: il primo è il livello del sentimento delle cose, il secondo è quello della partecipazione e il terzo è quello del consenso. Bisogna elevare il consenso ad un sentimento di partecipazione. Ritengo che questo si possa fare non attraverso regole esteriori, ma facendo partecipare intensamente alle attività della formazione delle regole.

Ormai in Africa l'alfabetizzazione tecnologica è considerata necessaria per mettere anche loro al passo con la rivoluzione tecnologica. Cosa ne pensa?

Uno dei grandi temi del nostro tempo, secondo me, è l'appiattimento verso l'alto dell'indice di sviluppo nei vari Paesi messo a confronto reddito pro capite della gente. C'è molta gente che ha delle possibilità progettuali anche in Paesi molto arretrati. Ed è fondamentale che la progettazione abbia un minimo di utopia culturale all'interno di tutti i popoli, compresi quelli che hanno una situazione molto grave.

Ma i leader africani sono in grado di avere una progettazione così equilibrata che tenga conto da una parte le necessità di uno sviluppo di base e dall'altra quelle di uno sviluppo avanzato?

Il nostro compito dovrebbe essere quello di aiutarli a progettare. La gente è sempre più importante dei dittatori. Io ho avuto la fortuna di visitare il Sudafrica pochi mesi dopo l'abbattimento dell'apartheid. Mi ha colpito molto la nascita improvvisa di una forma di collaborazione tra persone di diverse nazionalità che avevano qualità intellettuali e capacità progettuali molto simili. Fino a pochi mesi prima questa gente non poteva salire sul marciapiede: con questo voglio dire che ci sono delle potenzialità che sono molto più avanzate di quello che noi crediamo.