Bambini e computer: imparare ad insegnare
Metodi e precauzioni per sfruttare al
meglio le nuove tecnologie nell'età evolutiva
di Eleonora Giordani
Da un po' di tempo a questa parte va di moda, tra politici ed
intellettuali, compiacersi della propria scarsa dimestichezza
con gli strumenti informatici. Pur riconoscendo il valore e
l'importanza delle nuove tecnologie, si criticano volentieri i
programmi di videoscrittura in favore della cara vecchia
macchina da scrivere, ci si lamenta del bombardamento di
informazioni non controllabili in cui si incorre navigando in
Internet e si invoca spesso la censura contro i pericoli della
Rete. Immancabile ciliegina sulla torta di queste dichiarazioni
tra il nostalgico e lo snob, arriva poi la sconsolata
ammissione: sono figli e nipoti i veri detentori del sapere
informatico.
L'affinità dei bambini con la tecnologia non è
sorprendente: nascendo in un ambiente fatto di immagini in
movimento, di stimoli visivi e telecomandi, è piuttosto facile
capire istintivamente che si possono dare ordini ad una macchina
cliccando sul mouse.
Il problema più grande è un altro: come utilizzare i nuovi
media all'interno di un processo d'apprendimento veramente
costruttivo per i più piccoli? Gli esperti di didattica ne
discutono da quando si è capito che in una società regolata
sotto molti aspetti dal computer, questo non può rimanere fuori
dalla scuola. Oggi però dagli Stati Uniti associazioni come
Alliance for Childood e l'Accademia nazionale di pediatria
sollevano qualche dubbio circa l'opportunità di usare a tutti i
costi il computer nei programmi della scuola elementare: la
troppa familiarità con i mezzi informatici può rappresentare
un pericolo per i bambini che poi navigano su Internet senza
controllo. Mancano inoltre ricerche specifiche sull'impatto del
computer nello sviluppo del processo cognitivo nell'età
evolutiva. Il nostro
Learning Center dedica un approfondimento alla questione.
I maestri che usano in classe gli strumenti informatici,
rivendicano la loro scelta: non si tratta solo di insegnare a
digitare su una tastiera, bisogna saper sfruttare la capacità
del computer di rendere la conoscenza attiva, portando i bambini
a creare le applicazioni di quello che hanno appreso.
E la strada percorsa da Seymour Papert,
il matematico di origine sudafricana che ha fondato insieme a
Marvin Minsky il Laboratorio di intelligenza artificiale del Mit
di Boston. Papert
è partito dalla matematica per capire come i bambini imparano a
pensare e come può cambiare l'apprendimento grazie al computer.
Da qui nasceva "Logo", un programma per lo studio
della matematica concepito per gli alunni delle elementari e
impostato sull'idea che deve essere il bambino ad usare il
computer e non viceversa. Uno degli esperimenti condotti da Papert
con Logo è stato quello di far realizzare dei videogiochi
direttamente ai bambini, facendoli partecipare attivamente alla
conoscenza. "Abbiamo dei bambini di nove, dieci anni che
imparano a programmare ad un livello che normalmente non ci si
aspetta neanche da studenti di scuole medie o addirittura da
studenti universitari. Poi, nel realizzare questi giochi, devono
svolgere molte operazioni. Ad esempio, per far saltare un
personaggio del videogioco, il bambino entra nella matematica
per capire la forma di un salto, di un percorso, di quello che
un matematico chiamerebbe una traiettoria. E da questo, entra
nella fisica per capire come funziona il salto in relazione alla
gravità".
Il computer favorisce lo sviluppo delle capacità percettive
ma anche dell'intelligenza, e in definitiva aiuta a crescere,
anche secondo Anna Oliviero Ferraris,
ordinario di Psicologia dell'età evolutiva presso l'Università
di Roma "La Sapienza". Con qualche precauzione, però:
il computer va usato progressivamente, con moderazione, in
rapporto all'età e non deve assorbire troppo tempo. "Anche
un bambino del primo ciclo delle elementari può avere la
curiosità di esplorare la tastiera, di vedere che cosa può
fare, appunto, sul video premendo alcuni tasti. Tuttavia,
pensando alla globalità degli alunni, sicuramente il secondo
ciclo delle elementari è più adatto. E si può iniziare con
piccole cose perché naturalmente all'inizio il bambino deve
conoscere lo strumento, deve capire come lo si utilizza, deve
acquisire anche una certa competenza".
"I bambini sono estremamente curiosi soprattutto nei
confronti degli ipertesti -prosegue l'esperta - quindi si
sentono spinti a esplorare, navigare attraverso il computer.
Tutto questo però loro tendono a farlo come se si trattasse di
un videogioco. Quindi ci vuole l'azione dell'insegnante che li
indirizza e che poi collega questa esperienza allo studio. C'è
anche una questione fisica da tenere in considerazione: i
bambini non si devono stancare stando troppo a lungo di fronte
ad un video".
Insomma, la responsabilità più grande resta nelle mani
degli adulti. Per Clotilde Pontecorvo,
professore di Psicologia dello sviluppo e dell'educazione
all'Università di Roma, "Il problema non sono le
tecnologie, ma il modo in cui le tecnologie sono utilizzate
nella scuola, sono proposte da chi elabora questi materiali
software e il modo in cui gli insegnanti sono capaci di
introdurle in una misura motivante, con una modalità che
sollecita il lavoro dei ragazzi". Il dipartimento della
professoressa Pontecorvo
ha lavorato a lungo con delle scuole elementari e medie che
hanno introdotto i computer per le attività di scrittura dei
bambini e dei ragazzi: "Quello che si vede è che
l'introduzione del computer sviluppa molto una attività di
collaborazione, di scambio, di comunicazione, e modifica, direi,
il modo in cui i bambini e i ragazzi apprendono a scrivere.
Sviluppando un ipertesto relativo all'educazione ambientale
abbiamo potuto osservare che la dinamica dell'apprendimento
rispetto ai temi che sono proposti dall'ipertesto, cambia
radicalmente, e si modifica, in modo particolare, la motivazione
degli allievi". Il programma cui si fa riferimento è
"Ecolandia", divenuto ormai un classico
dell'educazione ambientale. I ragazzi sono motivati non solo
perché c'è il computer, ma perché il problema presentato dal
computer ha una rilevanza notevole ed è ricco di implicazioni
sociali e geografiche.
Ma gli insegnanti sono preparati alle nuove tecnologie? Una
migliore qualificazione sembra necessaria, ma questa può
tranquillamente avvenire sul campo, suggerisce ancora Papert :
"La cosa più importante che potrebbe fare un insegnante è
essere un buon scolaro, imparare nuove cose insieme ai bambini e
dare un buon esempio di apprendimento. L'essere realmente uno
scolaro esperto dovrebbe costituire uno dei requisiti di un
insegnante, insieme ad essere una persona calda, meravigliosa e
comprensiva".
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