Il PC degli scrittori

Scrittura creativa e computer: Mc Ewan e Vargas Liosa entusiasti. Più tradizionalista Baricco. Trasgressiva Sherry Turkle

di Laura Massacra

Il dibattito sull'impatto che i nuovi strumenti informatici hanno sulla scrittura letteraria è quanto mai vivo e aperto. Al di là delle ovvie facilitazioni offerte dal computer nella stesura e nella revisione del testo, e al di là delle più interessanti novità inerenti alla distribuzione e alla facilità di accesso al libro attraverso la rete, ciò che fa discutere è il timore che la rivoluzione informatica, applicata alla scrittura, possa stravolgere il "cuore" del processo creativo. La sacralità dell'opera letteraria e il tradizionale rapporto percettivo con il libro, secondo alcuni, sembrano essere seriamente minacciati dall'uso del computer.

La rassicurazione viene da importanti voci della narrativa mondiale, che si mostrano concordi nel ritenere che il computer, benché abbia trasformato alcune delle modalità tradizionali di scrittura, non modifica affatto la creatività dell'autore. La scrittura, per costoro, è, e rimarrà, un gesto fondamentalmente individuale e solitario. Di qui l'unanime disinteresse per l'ipertesto, considerato tutt'al più alla stregua di un divertente gioco di società. Tuttavia, immediatamente al di là di queste convergenze di fondo, emergono sfumature diverse sulla effettiva utilità ascritta da ognuno ai nuovi strumenti di lavoro e sulle eventuali "controindicazioni" degli stessi.

Lo scrittore inglese Ian McEwan si dichiara, per certi versi, entusiasta delle nuove tecnologie: "il word processing è stato un dono straordinario per gli scrittori creativi, poiché permette un certo grado di provvisorietà; c'è così tanto da provare e sperimentare senza doversi impegnare con le parole scritte! Le scene che sono rimaste nel computer e che non sono mai state stampate conservano un poco la qualità di un accenno; mi piace la possibilità di tagliare e incollare; scrivere con un computer è molto più vicino alla scrittura a mano che alla scrittura con la macchina da scrivere". Tuttavia, dopo aver ravvisato nell'uso del computer quasi una "poetica della provvisorietà", McEwan afferma, con altrettanta convinzione, di non avere mai trovato qualcosa di realmente utile su Internet. Anche rispetto all'uso di Internet nelle aule scolastiche e ai fondi utilizzati per tali iniziative, lo scrittore si mostra alquanto dubbioso. Il computer - sembra voler dire McEwan - non può prendere il posto di un insegnate o di un amante: "Il più grande computer è quello biologico che portiamo sulle spalle. Siamo sull'orlo di tanti grossi errori: il computer è grandioso, ma deve rimanere al suo posto".

Mario Vargas Liosa, uno dei più apprezzati narratori contemporanei dell'America Latina, condivide l'opinione di McEwan nel ritenere che la creazione letteraria non abbia subito alcun mutamento con l'avvento dei nuovi strumenti informatici, ma ammette di prediligere l'uso della penna nella prima stesura: "l'impulso originale, la prima versione, la materia prima, nel mio caso, mantiene il ritmo che aveva prima che si inventasse il computer". La vera opportunità offerta dai nuovi strumenti di comunicazione, secondo Vargas Llosa, non investe tanto il processo creativo e le modalità di stesura del testo, quanto piuttosto la possibilità di intavolare tra autori e lettori quella "comunicazione viva che non esiste in campo letterario, dove, viceversa, la comunicazione è molto indiretta e non esiste un interscambio propriamente detto".

Più complessa è la posizione di Alessandro Baricco. Lo scrittore torinese è categorico: "la tecnologia non ha spostato il cuore, l'asse portante di quello che è la scrittura, ma ha soltanto reso differenti le modalità attraverso cui noi scriviamo". "Scrivere -dice Baricco- è un gesto antico e rimane antico; è qualcosa di artigianale e individuale. Preferisco credere che chi scrive debba scrivere in una certa solitudine".

Per quel che riguarda la portata rivoluzionaria della rete, invece, Baricco si mostra più incerto: solo il tempo potrà giudicarne l'entità effettiva. Ciò che è certo è che la diffidenza suscitata da Internet si iscrive in quel tipico atteggiamento di paura che nei secoli ha puntualmente indotto l'opinione pubblica a demonizzare i nuovi strumenti offerti dal progresso tecnologico. Tuttavia, lo scrittore ravvisa nella rete una caratteristica che la distingue in modo peculiare da ogni invenzione precedente: "anche i treni furono interpretati subito come una cosa perversa. Ma il treno è nel mondo. La rete non è nel mondo, la rete sta ovunque e in nessun luogo. E' una cosa strana. Nessuno mi toglie dalla testa che il treno era per loro una concezione rivoluzionaria del reale. Mentre invece la rete è una percezione straordinaria di una realtà seconda, non del reale". Baricco osserva inoltre: "la rete sembra offrire rifugio a tutto ciò che ha una vocazione clandestina rispetto al sistema. Credo che sia l'illusione di scappare dalla grande piovra dei controlli del sistema, come se il sistema avesse telecamere e tu, se vuoi, ti puoi nascondere".

Una riflessione a parte merita la posizione che Baricco assume riguardo a quanto disse Walter Benjamin sulla riproducibilità dell'opera d'arte come elemento che comprometterebbe la sacralità dell'opera. Lo scrittore, pur riconoscendo a Benjamin il merito di aver intuito un problema cruciale, inverte i termini del rapporto fra riproducibilità e immortalità: "la Gioconda per noi è un mito proprio perché è sulle salviette nelle cucine di chiunque, e sui tovagliolini e sui bicchieri. La riproducibilità crea l'aurea, non la distrugge. Il mito nasce dalla moltiplicazione".

E se anche la sacralità della scrittura non sembra venire compromessa dai nuovi strumenti informatici, non rimane forse, come ultimo grande baluardo da abbattere, la tradizionale diffidenza nutrita dal pensiero femminista nei confronti della tecnologia? A questo interrogativo ha risposto Sherry Turkle, la psicologa e sociologa americana che da anni esplora i rapporti che intercorrono tra identità di genere e cultura informatica. "In passato - ci ricorda 'l'antropologa del cyberspazio' - il femminismo ha sempre rifiutato l'idea di macchina e ha identificato la donna con una specie di Madre Terra, di modo che le donne e il femminismo si sono poste in antitesi a tutto quanto fosse tecnologico. Ora, invece, sta prendendo corpo una nuova forma di coscienza femminista, che accoglie la tecnologia e mostra un modo di essere femminista senza per questo dovere rifiutare la tecnologia. Non c'è alcun motivo per cui il femminismo non debba accettarla". Tuttavia, considerando la questione dell'identità sessuale ai tempi di Internet, Sherry Turkle si appella alla testimonianza artistica ed esistenziale della scrittrice transessuale Sandy Stone per ricordarci "quanta parte della nostra identità sessuale sia collegata al corpo e non sia soltanto un fatto virtuale".